L’ Odore della cera da pavimenti

Penso che adesso non usi più incerare i pavimenti di casa, negli anni ’70 era dovere di ogni ottima casalinga . C’erano varie marche di cera liquida ma tutte avevano il medesimo odore o meglio, profumo.
Tutto cominciava in un giorno in cui minacciasse pioggia, io e mia sorella a scuola e all’università, babbo al lavoro, mamma in casa a incerare, ho assistito poche volte alla lavorazione completa ma me la ricordo bene.
Dunque passaggio veloce di straccio non troppo imbevuto di cera liquida per tutta la casa oltre 100 mq di pavimento; lasciare asciugare con le finestre aperte per far riscontro; in quel momento come per tutta l’ ora dopo nessun movimento in casa, nemmeno starnutire: appresso passaggio ragionato con spazzolone e mio golf dismesso di lana; il maglione aveva poi una sua vita di recupero non già perchè divenuto impermeabile quindi indossabile ma perchè aveva assorbito cera e nelle settimane successive usato come redistributore di prodotto per ravvivare il lucido.
Poi, macchina infernale, la Lucidatrice, un aggeggio a forma pseudo triangolare con manico-interruttore che andava sollevato e poi piegato, a quel punto la lucidatrice partiva per territori sconosciuti. Forte di un suo cervello bacato e provvista di spazzole tonde di almeno tre tipi feltri, spazzole dure, spazzole morbide , di solito usate solo le morbide e le a feltro; spazzole che usava come gambe rotanti quando veniva spenta usava, da etoile stramba fare una piroetta e poi fermarsi (da più grandino riuscivo ad accenderla, salirci e spengerla per fare il mezzo giro , rischiando scapaccioni). Avendo pure una luce anteriore si poteva lavorare anche sotto armadi e mobili in genere dove la luce anche elettrica non poteva arrivare . Rumorosa in modo non ruggente ma di quei rumori penetranti, insopportabili, più una quantità enorme di tonfi su porte e mobili perchè difficilmente gestibile, essendo cieca sbatteva da per tutto.
Il passaggio dei feltri molto più accurato rendeva i pavimenti degli specchi con degli aloni molto sofisticati, artistici, vanto della genitrice.
Tutto finito ? Giammai. Tutti, dico la famiglia avevano fermo divieto di camminare con scarpe di qualsiasi genere, in particolare venendo da fuori.
Ordine e disciplina e … piantelle ( o pattine) . Ne avevamo di forme e tipi diversi, rigorosamente di lana ottenute da vecchissime coperte di tipo militare, forse del periodo bellico … lo stesso colore e tipo di lana me lo ritrovai sul letto a fare il militare.
Le piantelle diventavano un tutt’uno con noi per almeno 4 o 5 giorni senza contare la riavuta dopo 10 gg quando, “solo straccio per ravvivare”.
Alla porta di entrata ce ne erano almeno 4 paia per solo tre padroni ,la mamma furba aveva ciabatte in feltro e non usava piantelle .
Babbo sorella ed io viaggiavamo per casa strusciando i piedi come pinguini scemi ; come poi scoprii a casa di amici, anche loro avevano ste forche caudine, le loro piantelle avevano un passante sopra che le faceva infilare e addirittura potevano camminare anzichè arrancare .
“L’ha data un’altra volta?” era la domanda del babbo che rientrando a casa vedeva le piantelle a disposizione ed io facevo tristemente sì con la testa , l’espressione del babbo era ” Che ci vuoi fare ? C’è toccata a noi”.
Due cose positive , io riuscivo a giocare anche avendo le piantelle, facevo conto di essere in una sabbia mobile, visto la difficoltà nel camminare; l’altra nota positiva era il gran profumo di pulito e fresco, piacevole, un profumo che non ho più risentito in giro, era un profumo tutto particolare niente fiori o essenze sapeva di cera per pavimenti e basta.
P.s.
Non ho mai capito perchè la mamma aspettasse il brutto tempo per dar la cera .

Scavi

E’ andata così. Compriamo una casetta a Vetulonia, una delle dodecapoli etrusche della Tuscia o Etruria, la compriamo anche per queste vestigia che van dall’ VIII° sec.a C. fino al primo. Casa ideale, 350 msl del paese 20km da Castiglione,posto piccolo, gente maremmana.
Per caso dopo alcuni mesi dall’acquisto parlando con un avventore dell’unico bar paesano, dico che da ragazzo, al liceo, ero in una combriccola di 4 o 5 ragazzi che scavavano nella zona di Impruneta sotto l’egida della Soprintendenza e con alcuni signori volontari appassionati, questo signore con cui parlavo mi dice:
” Allora a settembre devi veni’, devi porta’ scarpe antinfortunistiche, guanti in pelle e voglia di dura’ fatica “. Rispondo sì immediatamente, ma era maggio e da lì a settembre, “nasce un ciuco e va ritto” come si dice a Firenze.
Ad agosto Mauro, il mio interlocutore non che presidente dell’Associazione Archeologica Isidoro Falchi, mi incontra e mi ridice:
” Vieni a scava’? ”
” Non è che ci vuole il permesso del sovrintendente?” rispondo.
” Il permesso te lo do io !”
“O che sei, il padrone del baccellaio?” dico.
” Te ‘un ti devi preoccupa, se ‘un ci son io ‘un cominciano nemmeno”.
Attendo qualche giorno poi lo ricontatto e gli dico:
” Mauro, per venire qua a scavare devo prendere ferie, che non sia mai che io venga e non se ne faccia di niente, se no presidente o no io ti piglio a scapaccioni !”.
“Se ti dico che poi veni’, poi veni’ mica so un parlin vanvera”.
Questo l’antefatto.
E’ così che ho riscoperto un mondo fatto di entusiasmo, di pochi soldi, gocciolante di passione, di curiosità forsennata ; un mondo che nel secolo scorso avevo solo sfiorato, l’adolescenza rende intermittenti nei gusti, nelle decisioni, nella fantasia.
Questo “nuovo mondo”riportato alla luce mi ha stregato, peccato che si possa scavare solo un mese l’anno, pochi fondi e maltempo la fanno da padrone sugli scavi.
Ho usato scope senza manico, piccole cazzuole ( i muratori le definiscono della salute), picconi, pale, rastrelli, specilli da dentista ed ho scavato, scavato con gli occhi puntati, facendo attenzione ad ogni colpo di picco, ad ogni spolverata di spazzola.
A conti fatti poi sul tavolo puliti e lavati c’erano solo frammenti di vasi, di kylix , una moneta , chiodi e pezzetti di legno carbonizzati, nessun tesoro ma tutti insieme un vero tesoro cronologico, un tesoro di almeno 2500 anni or sono.
Emozione , emozione pura, il raccogliere un pezzetto di vaso che qualcuno ha toccato e fatto nel V° sec. a C. e che tu in quel preciso momento stai toccando, pulendo, e osservando è così forte la sensazione che è come se tu vivessi a ritroso nel tempo.
Racconto queste sensazioni ad una archeologa di Napoli che è lì vicino a me.
Mi guarda sorpresa e dubbiosa, quasi pare non capisca, sta pulendo un “basolo”, che non la entusiasma, pietra grande usata come lastricato per una strada che sta riscoprendo con i colleghi, detta la Via dei Ciclopi.
Mi guarda di nuovo e le dico:
” Tu stai pulendo una pietra dove si son poggiati migliaia di piedi, qualcuno per metterla lì si sarà schiacciato un dito, magari ha inveito contro qualche divinità, sarà stato canzonato dai colleghi, magari qualche tempo dopo o secolo dopo ci può avere inciampato una signora etrusca che ha solo pensato a qualche maledizione verso un dio dell’Ade ”
Mi osserva mentre parlo e poi con la sua gradevolissima inflessione partenopea :
“Fai bene a dire questo, noi siamo presi dalla necessità della storia “superiore”, della storia da raccontare, da studiare scientificamente ed alle volte perdiamo di vista il loro quotidiano, le loro risate, le battute di spirito, le arrabbiature, La vita “.
Rispondo:
” Noi siamo loro, anche se non abbiamo lo stesso DNA, anche se viviamo 2500 anni dopo; noi veniamo da loro, dalle loro scoperte, le loro ansie, le loro speranze, le loro preghiere e le loro bestemmie.
Noi siamo loro, loro sono storia, noi lo diventeremo “.

Scusatemi la lungagnata.

Sulla strada romana

Il fiato, il fiato manca. Arranco mi trascino il mio bel peso che piano , ma molto piano sta diminuendo. Le scarpe adatte, il bosco ancora verde l’autunno tarda e forse non arriverà neppure. Ogni tanto un sasso slitta sotto il mio piede m’accorgo però che non è un sasso qualunque e che non è slittato lui ma è stato il mio piede che è scivolato, il sasso è ben fermo e infisso per terra e come lui altri , tanti altri , tantissimi….. ” Poi passato il cimitero trovi la strada romana, che poi era quella etrusca e ti ritrovi nel bosco …. buona passeggiata !” così m’aveva detto Fosco l’oste .In effetti neanche ricordavo quelle due chiacchere fatte dopo un caffè …. Sensazione strana camminare su secoli e millenni di storia, di vite vissute, di avi, forse non miei ma di qualcuno sicuramente. Sì strano effetto che mi prende sempre a contatto con l’antico, torno bambino slaccio la fantasia mi immedesimo,cerco con l’immaginazione volti, voci, discorsi, battute….chissà come e di cosa ridevano gli etruschi ( non abbiamo mai scoperto la loro fonetica. Continuo a camminare scendendo e guardando quei sassi che qualche schiavo o liberto, o affrancato ha messo lì più o meno 2500 / 2700 anni fa, resto senza fiato e questa volta non è il peso a fregarmi ma lo stupore, la consapevolezza di essere del mondo e nel mondo accompagnato chissà da quel che resta nell’aria da chi ci ha preceduto. Miracolo. Mi vien da pensare a tutti i meschini, balordi, stupidi, cattivi che cercano il potere, la potenza, che sopraffanno altri, che illudono ,potessero essere qui con me e godere della bellezza di questo posto, della storia, della curiosità che si sprigiona camminando su questi ciottoli.
Oh certo di sicuro c’erano anche all’atto della costruzione persone su scritta,tutto il mondo è paese, ed infingardi, traditori, vigliacchi, approfittatori,e razzumaglia umana son sempre esistiti e sempre esisteranno,non c’è da illudersi. Va be’,andiamo avanti anzi torniamo indietro che ora è salita.
Vado però più leggero, rientro in paese e per tornare a casa faccio il giro lungo, saranno 30 mt in più ma passo davanti all’Arce, alle Mura Ciclopiche del periodo ellenistico che forse hanno udito le storie di Alessandro Magno ( i contatti fra etruschi e greci furono intensi)e stupisco di nuovo. Mi fermo, respiro, guardo il panorama che è quasi commovente, la mente galoppa anzi rigaloppa e vado a casa certo che domani quando ripasserò da lì proverò le stesse identiche sensazioni di oggi col vantaggio che non mi verranno mai a noia. Ed già ora di cena .

L’Odore del latte

L’odore del latte

Ecco un’altra fragranza che mi suscita memorie forti e belle del passato come può farmi fare il profumo del pane.
Il latte è per me uno degli alimenti base, mi piacerebbe usarlo di più anche in cucina se non che la moglie è allergica al lattosio.
Latte bianco, pulito, caldo di mucca , pastoso quasi masticabile. Sono decenni che non ho più potuto bere il latte appena uscito dalla tetta della mucca forse l’ultima volta è quella che sto per raccontare.
A Montalcinello, comune di Chiusdino, provincia di Siena ci andavo di rado un paio di anni di seguito nell’estate del 1968 /69 e poi il sabato o la domenica ma solo per un giorno; in quei due anni rimasi lì, mi pare per o una settimana o per dieci giorni, insomma un po’ più a lungo.
Lì , vuole dire a casa di Beppe e Beppina Squarci, genitori di mia Zia Liliana mamma di Massimo mio cugino di sangue, poiché figlio dello Zio Cesare fratello di mia mamma ; il legame con loro era fortissimo perchè Massimo non aveva in pratica conosciuto il padre, perchè morto pochi mesi dopo la sua nascita ed il mio di babbo quasi tutte le domeniche ci prendeva e ci portava per boschi e per valli a “ scavallare”, come diceva la mamma, facendo finta di essere cowboy o marines.Eravamo quasi quella che oggi si definisce una famiglia allargata, allargata ai panini al prosciutto, salame e salsiccia.
Le stesse prelibatezze che si trovavano a casa di Beppe, che aveva sempre fatto il norcino fin da bambino ed anche allora che era quasi completamente cieco riusciva a lavorare il maiale come se avesse avuto a vista perfetta, ricordo di averlo visto solo una volta al lavoro,era piuttosto vecchio, sembrava danzasse tanto era aggraziato nel fare una cosa così truculenta.
Nella cantina c’erano file di barattoli con salsicce sotto olio o sotto lardo, bianco candido, dal quale occhieggiavano questi splendidi insaccati; in quella casa ricordo bene le grandi quantità di cibo fosse colazione , pranzo, merenda o cena. La Nonna di mio cugino era deliziosa, la tipica bella vecchina dei disegni delle favole, tondina, con una faccia sempre sorridente, una pelle fresca, una montagna di capelli candidi raccolti in una crocchia perfetta .
I nonni parlavano con uno spiccato accento senese che era molto musicale e gradevole con parole tronche ed accenti che a Firenze non usiamo, trovo più italiano il vernacolo senese di quello fiorentino, parlano meglio di noi, ma non gli va detto ai senesi se no si montano la testa. La zia, invece a stare a Firenze da così tanti aveva perso un po’ il senese le erano rimaste solo delle punte diciamo così, tipo l’uso delle “Elle” come quando diceva “ gli occhi” che a Siena si dice “ll’occhi” o invece di spingere usano “pintare”, la zia aveva sposato i fratello della mamma nel 1957 , lo zio era fattore in un podere vicino a Montalcinello, non lo so, ma ho sempre pensato che il lavoro di Beppe avesse fatto conoscere lo zio e tutto era venuto di conseguenza.
La zia era bella, mi piaceva tanto e quando morì piansi a lungo , ci ero legato, quasi tutta l’infanzia l’avevo avuta come figura di contorno ai miei genitori. Ho sempre provato un senso di pena e di malinconia pensando che lei e Massimo che avevano così poco goduto della presenza dello zio, che neppure io ho mai conosciuto ma che la famiglia di mia mamma aveva come icona dell’attaccamento familiare e dell’altruismo, come un gigante buono che aiutava tutti; durante la guerra era lui che portava da mangiare a tutta la famiglia della mamma, sfollata a Mantignano vicinissimo a Firenze.
Forse fu nell’agosto del 1970 che andai per la prima volta da solo a Montalcinello, da solo , ci rimasi senza i miei genitori per una settimana. Come ho già accennato il cibo ed il mangiare erano le basi per una giornata da considerare una vera giornata, si cominciava con la colazione e qui entra in scena il latte, sì perchè appena svegli ancora piuttosto rincoglioniti Massimo ed io avevamo il compito di andare a comprare il latte, non come si faceva a Firenze dal lattaio ma dell’allevatore cioè da chi le mucche le mungeva davvero ; il paese era piccolissimo mi pare fossero tre quattro strade e da casa di Beppe saran stati 100 passi che si arrivava alla porta della stalla del babbo di Cece, ragazzotto famoso per aprire le porte, tutte, a testate ; là si trovava questo signore che ci prendeva il pentolino blu smaltato di bianco ce lo riempiva lo chiudeva col tappo a molla e lo riconsegnava .
Era un momento importante quando si entrava nella stalla perchè la prima zaffata era di cacca di mucca , poi ti abituavi e veniva fuori l’odor di paglia, appresso quello del latte che vedevi scivolare nel tuo pentolino, denso, viscoso, cremoso, burroso e chi più ne ha più ne metta. Noi non eravamo tenuti a pagare, ci pensava il nonno, quindi si ripartiva dalla stalla col pentolino pieno ma svoltato l’angolo la gola era più forte di noi, non si poteva resistere, allora c’era la sosta. Due , soltanto due sorsi a testa e corti se no a casa la nonna si sarebbe accorta che “ragazzi”avevano bevuto il latte senza bollire, però che goduria a ripensarci, il latte ancora caldo di mucca con la panna che ti si appiccicava al labbro superiore, quel profumo intenso quella pastosità che è sola del latte appena munto: sapori, odori che mai più sentirò forse sapori ed odori propri dell’infanzia per questo possibili solo nei ricordi.
Comunque i “grandi” avevano ragione, a non bollirlo il latte poteva essere molto pericoloso per l’epatite “C” e per la salmonella “oggettini “ che non vengono distrutti dallo stomaco dei bovini, noi due non ci siamo mai ammalati di certe malattie, siamo ambedue cardiopatici ma per nostra stupidità cioè per il gran fumare , mangiare e bere; un po’ di colesterolo ce lo avrà dato anche il latte …….ma quanto era buono!
Altro ricordo che si affaccia alla mente sul profumo latte è quello dell’abitudine, quando ero piccolo, di andare con la bottiglia vuota dal lattaio a farsela riempire; il lattaio era in Via Bocchi 200 mt da casa e la famiglia Bonaiuti aveva quel negozio da tanti anni , il nonno aveva fatto migliaia di chilometri per portare il latte nelle case della zona poi era venuta la moda di andare da soli a prendersi il latte , a chi non poteva muoversi però i Bonaiuti garantivano il latte a domicilio, in particolare agli anziani.
Le bottiglie da latte erano rigorosamente in vetro con un collo largo ed una bocca grande; quando si arrivava dal lattaio si entrava prima nella parte a bar, che era recente, dove c’era un profumo forte di caffè molto buono ma per prendere il latte si doveva passare nella stanza successiva molto luminosa con una porta finestra che dava sul giardino interno all’isolato.
La stanza aveva alcuni treppiedi su cui erano poggiati i fusti di metallo dove veniva tenuto il latte in gran quantità, i fusti alla base avevano delle cannelline di ottone con le quali veniva rifornito tutto il quartiere.
Non ricordo il nome dei proprietari erano 2 fratelli con la moglie di uno di loro molto gentili specialmente uno dei fratelli, quando avevano riempito la bottiglia la chiudevano con un tappo fatto di stagnola molto spessa a volte rossa, a volte, blu, a volte semplicemente color carta stagnola.
Ci furono poi dei cambiamenti , all’inizio avevamo la bottiglia nostra che aveva preso l’opacità del latte nonostante la dovizia di pulizia della mamma, ma si sa il vetro è poroso e con l’andare del tempo assorbe una parte del prodotto che contiene solitamente, poi venne il momento del “vuoto a non perdere” cioè si andava con la bottiglia vuota, la si lasciava e se ne prendeva un’altra piena sempre però riempita dal lattaio con i suoi fusti.
Poco tempo dopo il consumismo capì che si poteva giocare sul prezzo del latte facendo finta di semplificare la vita dei consumatori, sparirono le bottiglie in vetro, che erano bellissime, vennero fuori delle confezioni triangolari tri …….e qualcosa in cartone foderati di plastica sottile ed un velo di carta-alluminio, che comunque tu li poggiassi avevi sempre di fronte una piramide fatta a triangolo cioè con tre lati o insomma se uno ha capito bene se no pace!
Questo solido lo aprivi con le forbici tagliando un beccuccio e non lo potevi richiudere per bene, senza contare che quando andavi a versare il latte dovevi stare attento a non strizzare troppo l’involucro perchè, se ti andava bene, ti beccavi uno schizzo di latte nella faccia; non era per niente igienico, il latte prendeva dei sapori diversi perchè in frigo spesso c’erano alimenti molto odorosi, il popone per esempio, la mamma ci metteva una molletta di legno ma non era come con la bottiglia che la chiudevi con un tappo di sughero una volta tolta la stagnola.
Questo salto di modernità non mi piacque per niente immaginiamoci quanto mi sia piaciuto il tetra pack o il brick, sistemi moderni asettici certamente più sicuri ma niente a che vedere con la bottiglia di vetro nella borsa della spesa della mamma che occhieggiava , quando era piena col latte che sciuaguattava nel collo largo della bottiglia sfaccettata su tutto il corpo con una filettatura alla bocca che serviva per trattenere bene la stagnola a volte rossa, a volte blu, a volte semplicemente color carta stagnola.

l’Odore del Pane

L’odore del pane

Con l’odore del pane mi catapulto in una serie infinita di sensazioni e ricordi; di sicuro quelli più intensi son quelli di quando ero bambino e non.

La mamma si serviva al Forno Della Valle 150 metri da casa mia, era tenuto da una coppia molto elegante, piccoli di statura ma impeccabili nelle loro divisa da lavoro.

Lui aveva una faccia molto simpatica con un paio di occhialini rettangolari leggeri ed un sorriso aperto e leale, non da “bottegaio” come si dice a Firenze, lei aveva sempre i capelli in ordine truccata in modo leggero e sobrio concedendo soltanto al rossetto uno svolazzo artistico con un colore forte tipo corallo, era piena di gioielli, tanto che in casa si diceva che un eventuale rapinatore avrebbe realizzato un colpo molto di più grosso  rubando i gioielli che non l’incasso della giornata ed un sorriso che mostrava una fila di denti bianchissimi che risaltavano a causa del rossetto.

L’ordine nell’aspetto dei proprietari si rifletteva nel negozio; dietro il bancone ceste di vimini con un lato più basso per mostrare il contenuto, stavano in fila su dei palchetti inclinati, si vedevano così i filoni da chilo, quelli da mezzo, gli stinchi da due etti( stinchi sono sfilatini stretti e lunghi) tutti tagli infarinati; più in la  le ceste dei panini all’olio, i culini come li chiamavo io cioè panini con due emisferi che parevano due natiche, le rosette o semelli che fuori Firenze si dicono michette, le fruste per fare i crostini, i grissini e poi sul banco file di biscotti compresi i Cantuccini di Prato e gli Spumini che l’Italia chiama Meringhe. Era tutto così perfetto così bello, disposto con gusto secondo pesi e misure; su una parte c’era poi un cesto grandino che aveva misure diverse di pane mescolate tra loro era il cesto del pane salato che a Firenze aveva poco mercato, i maggiori acquirenti erano i Meridionali che erano venuti al Nord in cerca di lavoro ed erano abituati a mangiare al pane salato.

Il profumo di quella bottega era una soddisfazione per le narici, avrei potuto continuare delle ore a inspirare quell’odore che piano piano diventava sapore e faceva venire l’acquolina in bocca.

Fragranza di pane, uguale, senso della vita; diciamo la verità in Italia sedersi a tavola senza pane o con poco pane non esiste.

Il pane ogni volta che lo metti in bocca ti da una sensazione strana , è come fosse sempre la prima volta come se tutte le volte ci si dimenticasse il suo gusto e il suo profumo, penso sia raro incontrare qualcuno a cui non piaccia il pane; a me produce un senso simile a quello di quando guardo un falò o un ruscello che scorre, quasi un ipnotismo, come fosse una conquista atavica che riemerge ogni volta in una parte del mio cervello.

Non c’era volta che entrassi in quel negozio e non mi ritrovassi in mano un pezzetto di schiacciata all’olio, regalata dalla Sig. Della Valle. Uhm, che bontà! Unta bene, con l’olio che riempiva i buchetti fatti con la punta del dito dal fornaio, col sale a grani grossi sopra che si sbriciolavano sotto i denti e si univano al sapore dell’olio buono e dell’impasto della schiacciata, una goduria e la mamma che oltre al”Grazie” aggiungeva ,”La me lo vizia!”. Già dalla tenera età si poteva indovinare la mia inclinazione verso il cibo.

L’altro ricordo sull’odore del pane va a qualche anno più tardi, avrò avuto dieci forse undici anni; il cappellano della mia parrocchia, Don Luigi, aveva preso l’abitudine di affittare per due mesi in estate dei piccoli alberghi, in montagna una volta alla Consuma vicino Firenze, una volta in Protomagno nel Valdarno e per due anni di seguito sulle montagne pistoiesi a Panicagliora; a Luglio prendeva tutti noi ragazzi e si faceva tipo una colonia( sarebbe stata penale visto i soggetti a delinquere che eravamo) dividendoci in squadre sulla falsa riga di Giochi senza Frontiere si facevano gare di ogni tipo con una classifica  ed un squadra vincitrice,mentre nel mese di Agosto c’erano le famiglie, così con poca spesa i ragazzi facevano due mesi di vacanza controllati da altri ragazzi e da pochi adulti, in anni di questa attività parrocchiale non accadde mai niente di spiacevole, non ci furono gravidanze non ci si ubriacò mai, si giocava molto e non c’erano obblighi religiosi da assolvere, però tutti erano presenti al momento della Messa, eravamo anche centocinquanta ragazzi contemporaneamente da tenere attivi e sotto controllo, tutto si basava sul rispetto e sull’affetto

Poco fuori dal paese meno di cinque minuti a piedi, isolato c’era un forno ricavato dal dei fondi di una villetta che credo fosse proprietà del fornaio.

Lui, con tutte le volte che ci andammo non ci fu mai verso di vederlo, si alzava alle tre di notte , panificava e poi verso le otto, stremato andava a dormire lasciando la moglie alla vendita.

Lei era una morona di trent’anni circa con un fisico da Pin-Up che con la scusa del caldo fatto dal forno alle sue spalle, vestiva  in modo”leggero” molto “leggero”, per noi ragazzi il pane e la schiacciata, ottimi tra l’altro, erano una perfetta scusa per contemplare le grazie della fornaia. I vestiti erano sempre cortissimi, leggeri e con scollature generose, come generosa era stata la natura con le tette della panaia.

Il gioco più intrigante ed eccitante avveniva  quando lei doveva prendere il pane dalle ceste che le stavano dietro ed in terra, che a detta di tutti erano state messe li a sommo studio; infatti la signora se decideva di accoccolarsi per prendere quel pane benedetto faceva un movimento veloce ma così veloce che …oplà il vestitino,cortissimo,volava su scoprendo abbastanza coscia e gluteo da farci sognare; se, meglio che mai si piegava a 90°, beh allora si raggiungeva l’apoteosi, le gambe si irrigidivano, i tacchi alti, portava delle Espadrillas con zeppe, affinavano la gamba inturgidendo la natica, la gonna saliva, saliva, saliva ed un paio di volte si videro anche le mutande, un paradiso! C’era poi il movimento ,spettacolare, della torsione del busto un acrobata! infatti da quella posizione cioè a 90°, lei girandosi su se stessa ti poteva chiedere che tipo di pane e quanto, gli ormoni a quel punto gettavano la spugna perchè con questo movimento riusciva a stare di tre /quarti e mostrare per bene  le sue tette, robuste anche se non enormi. Sembrerà strano ma non ricordo assolutamente il colore dei suoi occhi

La scoperta della fornaia procurò una costante voglia di schiacciata ed una ancor più costante presenza di occhiaie nei soggetti maschili molto giovani.

Venne però il tragico giorno in cui Gigi si accorse di questo andirivieni, mi sa che fu qualche genitore ben pensante, che constatata la prorompente vitalità della fornaia e le presenza delle borse  sotto i nostri occhi , lo avvertì; cosicchè ci fu proibito  l’acquisto giornaliero di prodotti da forno.

Le occhiaie diminuirono in modo drastico ma a distanza di quaranta anni il profumo del pane fresco e l’immagine della fornaia che si china, è nitidissima.